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L'Economia
del dono
Di
Genevieve Vaughan
Oggi nel mondo coesistono due
paradigmi economici di base, logicamente contraddittori ma anche
complementari. Uno è visibile, l'altro invisibile; uno fortemente valutato, l'altro sottovalutato.
L'uno è connesso agli uomini, l'altro alle donne. Quello che dobbiamo fare è dare
valore a quello connesso alle donne per causare uno spostamento
fondamentale dei valori con cui gestiamo le nostre vite e le nostre
politiche.
Il mio primo approccio all'idea del
dono, come principio economico di base e come principio di vita, è stato quando
lavoravo sul linguaggio e la comunicazione. Più tardi, come
femminista, ho capito che il mio lavoro domestico gratuito e il
mio lavoro di madre nel crescere i figli era in effetti un dono,
e che le donne di tutto il mondo lo praticavano.
L'attuale sistema economico, che
dicono sia naturale e troppo diffuso per poterlo cambiare, si basa
su una semplice operazione a cui gli individui partecipano a più livelli e in momenti
diversi. Questa operazione è lo scambio, che si può descrivere come un dare per
ricevere. La motivazione alla base dello scambio è orientata all'egoismo,
poiché ciò che è dato ritorna sotto altra forma al donatore per soddisfare i
suoi bisogni: soddisfare i bisogni di un'altra/o è un mezzo
per soddisfare il proprio bisogno. Lo scambio impone l'identificazione
delle cose scambiate, come pure la loro misurazione e la dichiarazione
della loro equivalenza fino a soddisfare gli scambiatori nella
misura in cui nessuno dà più di ciò che
riceve. Quindi lo scambio richiede più visibilità; attrae attenzione, sebbene
sia operato tanto spesso che la sua visibilità è diventata
luogo comune. Il denaro entra nello scambio a prendere il posto
dei prodotti e ne riflette la loro valutazione quantitativa.
Quella che sembrerebbe una semplice
interazione umana, lo scambio, dato che viene operata così spesso, diventa una
sorta di archetipo o calamita per altre interazioni umane, rendendo se stesso
– e qualsiasi cosa gli assomigli – apparentemente normale, mentre
tutto il resto è follia. Per esempio, si parla di scambio di amore,
conversazioni, sguardi, favori, idee.
Ma esiste anche un diverso tipo di
similitudine dello scambio alla definizione linguistica: la definizione opera
una mediazione definendo se un concetto appartiene o meno ad una determinata
categoria, così come mediante la monetizzazione di una determinata attività se
ne definisce l'appartenenza alla categoria lavoro o meno. La stessa visibilità
dello scambio è auto-affermativa, mentre altri tipi di interazione sono rese
invisibili o inferiori per contrasto o per descrizione negativa. Ciò che è
invisibile sembra essere senza valore, mentre ciò che è visibile viene
identificato con lo scambio che verte intorno ad un certo tipo di valore
quantitativo. Inoltre, dato che viene asserita un'equivalenza tra ciò che diamo
e ciò che riceviamo, sembra che chiunque possiede di più abbia prodotto tanto o
dato tanto ed è, quindi, in qualche modo, più di quelli che possiedono meno. Lo
scambio mette al primo posto l'io e gli permette di crescere e svilupparsi in
modi che enfatizzano comportamenti competitivi ("prima io") e pattern
gerarchici. Questo io non è una parte intrinseca dell'essere umano ma un
prodotto sociale che deriva dal tipo di interazioni umane a cui è connesso.
Il paradigma alternativo, che è
nascosto – o quantomeno mal identificato – è quello della cura per
l'altro (nurturing),
ed è orientato verso l'altro (other-oriented). Esso continua ad esistere
perché
si basa sulla natura degli infanti che sono dipendenti ed incapaci di ripagare
il donatore. Se i loro bisogni non vengono soddisfatti unilateralmente essi
soffriranno e moriranno. La società ha allocato il ruolo di curatrici alle
donne poiché noi gli diamo vita e abbiamo il latte per nutrirli.
Poiché una grande percentuale di
donne si prende cura dei bambini piccoli, esse vengono dirette ad avere
un'esperienza che va al di là dello scambio. Ciò stabilisce un orientamento
all'interesse verso l'altra persona. I premi e le punizioni coinvolti in questa
relazione hanno a che fare con il benessere dell'altro. La nostra soddisfazione
ci viene dalla loro crescita e felicità, non solo dalla nostra. Nel migliore
dei casi, ciò non comporta nemmeno il nostro impoverimento o esaurimento. Dove
c'è abbastanza noi possiamo nutrire gli altri abbondantemente. Il problema è
che di solito siamo in presenza di scarsità di risorse, la quale viene creata
artificialmente dal sistema per poter mantenere il controllo, così che
l'orientamento verso l'altro diventa difficile e ci esaurisce. Di fatto lo
scambio impone uno stato di scarsità, perché se i bisogni sono abbondantemente
soddisfatti nessuno è costretto a rinunciare a qualcosa per poter ricevere ciò
di cui ha bisogno.
Si dice che attualmente la terra
produca abbastanza risorse per nutrire tutti abbondantemente. Tuttavia ciò non
può essere fatto sulla base del paradigma dello scambio. Ma è vero che neanche
il paradigma dello scambio e l'egoismo che esso sostiene possono continuare in
una situazione di abbondanza e libero dono. Ecco perché è stata creata la
scarsità a livello mondiale con le spese per gli armamenti ed altro spreco di
risorse: 17 miliardi di dollari darebbero da mangiare all'intera popolazione
della terra per un anno, mentre nel mondo sprechiamo questa somma ogni
settimana per spese militari, creando così la scarsità necessaria perché possa
sopravvivere e convalidarsi il paradigma dello scambio.
Ma se noi identifichiamo il
paradigma del dono con il modo di essere della donna, vediamo che esso è già
diffuso, poiché le donne costituiscono la maggioranza della popolazione. Anche
molti uomini in qualche misura praticano il paradigma del dono. Nelle economie
non capitalistiche, come le economie indigene, si trovano spesso importanti pratiche
di dono e varie ed importanti leadership femminili.
Per esempio, io credo che molti dei
conflitti tra donne e uomini che sembrano differenze personali, in realtà siano
differenze nel paradigma che noi stiamo usando come base del nostro
comportamento. Le donne criticano il grande ego degli uomini e gli uomini
dicono alle donne che sono irrealistiche e troppo generose. Ognuno cerca di
convincere l'altro a seguire i propri valori. Di recente molte donne hanno
cominciato a seguire il paradigma dello scambio, cosa che ha il vantaggio
immediato di liberarle dalla bieca servitù economica – ed anche il
vantaggio psicologico che è dato dalla monetizzazione che definisce la loro
come un'attività di valore. Pero' la servitu stessa e' causata dal paradigma dello
scambio.
Quando le persone passano da un
paradigma all'altro c'è probabilmente una rimanenza del paradigma precedente,
così che le donne che intraprendono lo scambio spesso mantengono le
caratteristiche di cura mentre gli uomini che cominciano a praticare il dono
rimangono più orientati all'egoismo. Questo lo ritrovo nel caso delle
religioni, nelle quali è l'uomo a legiferare sull'orientamento verso l'altro,
spesso seguendo il paradigma dello scambio, ed escludendo e squalificando le
donne. Infatti, essi fanno apparire l'altruismo così santo che diventa
impraticabile per i più ( mentre ignorano che esso è spesso la norma per le
donne). È come la sindrome della madonna-puttana in cui la donna è
sopravvalutata o sottovalutata, adorata o disprezzata. L'altruismo viene fatto
sembrare fuori dalla nostra portata, e spesso sembra che comporti un sacrificio
di sé (per via della scarsità che induce l'economia dello scambio), oppure
viene visto come uno spreco; le religioni patriarcali fanno la carità in cambio
dell'anima.
Il dono che viene dall' grande iodello scambio non
funziona, come si può vedere al livello degli aiuti tra nazioni. Ci sono
obblighi imposti dalle nazioni donatrici che depauperizzano le nazioni
riceventi. Un altro aspetto del conflitto tra paradigmi è che il lavoro
domestico o altro lavoro non-monetizzato di donne viene visto come inferiore o
come non-lavoro; valorizzarlo sovverte il paradigma dello scambio. Forse il
lavoro delle donne viene pagato di meno per mantenerle in uno stato di dono
depauperato. Ciò che occorre fare non è di pagare di più il lavoro
alle donne, ma di cambiare totalmente i valori, con la consequente squalifica
della monetizzazione e dello scambio.
Ma in che modo un paradigma
non-competitivo e di cura può competere con un paradigma competitivo? Esso è
sempre svantaggiato perché la competizione non è un suo valore né la sua
motivazione. Tuttavia è difficile non competere senza perdere, convalidando così l'istanza
dell'altro. Un altro grande problema è che se la pratica di soddisfare un
bisogno è gratis, non si dovrebbe ricorrere ad un suo riconoscimento. Ma
proprio non richiedendone riconoscenza, le stesse donne rimangono inconsapevoli
del fatto che le caratteristiche delle loro azioni e dei loro valori
appartengono ad un paradigma. È chiaro che il paradigma orientato
all'ego è pernicioso. Il suo risultato è il potere dei pochi ed il
depauperamento, l'esaurimento, la morte e l'invisibilità dei più. Dato che
l'ego è un prodotto sociale, in qualche modo artificiale, esso deve essere continuamente
ricreato e confermato. Ciò può essere fatto anche attraverso la violenza contro
l'altro, inclusa la violenza sessuale. Chiunque sia nella posizione dell'altro
viene ignorato, negato, escluso e degradato per confermare la superiorità e
l'identità degli ego dominanti. Vorrei evitare qualsiasi discorso morale su
questo punto (infatti, io vedo il senso di colpa come scambio interiorizzato,
di chi si prepara a ripagare per lo sbaglio commesso) e vedere semplicemente i
problemi come conseguenze logiche e psicologiche dei paradigmi. La vendetta e
la giustizia impongono una resa dei conti. Ma noi abbiamo bisogno di cura e
gentilezza. Quando troviamo che l'85 per cento di carcerati sono stati vittime
di abusi da bambini, dobbiamo capire che la vera questione non e' la giustizia.
Come la carità, anche la giustizia rende umano lo scambio
solo abbastanza da non farlo cambiare. Abbiamo bisogno di un mondo
basato sul dare e a favore del dono non della retribuzione.
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