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Del Dono Come Paradigma Epistemologico
Di Paola Melchiori
La teoria del dono é un complesso sistema di analisi che lavora a diversi
livelli., traversando vari campi disciplinari, dall'economia alla semiotica,
alla politica. Quando l'idea di questo articolo ha cominciato a lavorare nella
mia testa, pensavo a un approccio teorico e sistematico, a una discussione
punto per punto dei vari elementi della teoria di Gen Vaughan.
Ora, a quasi un anno di distanza, dopo aver , in un modo o nell'altro, discusso,
criticato, ripensato la teoria del dono, mi sono resa conto che c'é un altro livello al quale essa lavora, cattura, mette in moto pensieri e modi di pensare. Mi ha infatti colpito come, malgrado la teoria del dono apra enormi resistenze, ad un altro livello essa funzioni diversamente. Ho visto questo accadere a molte persone e molto diverse tra loro. Molte donne del Sud in particolare sembrano riconoscervi qualcosa di importante, perduto e noto al tempo stesso. E tanto quanto la teoria a volte appare ostica, tanto l'idea di potere solo pensare come legittima una teoria economica, simbolica e relazionale basata sul dono rimane importante, al di lý della
discussione o del rigetto di questa o quella parte. Anche la sottoscritta,
che non ha mai nascosto le sue riserve su alcuni aspetti, deve riconoscervi
il potere di un insight in grado di mutare un universo concettuale dato per
scontato.
TratterrÚ pertanto "il dono," come lo chiamiamo nel nostro network, come un blocco unico, mettendo da parte la discussione puntuale di alcuni suoi punti, critici o non, al suo interno. Lo tratterÚ come
uno straordinario insight, un sistema di orientamento, uno strumento di ricerca
che apre ad altri mutamenti paradigmatici.
1. Una funzione di paradigma
Il dono segna prima di tutto uno spostamento di paradigma. Significativamente
l'interpretazione del dono, nella accezione di Gen Vaughan, ha molto in comune
con l'emergere del femminismo. Agli inizi del femminismo alcuni invisibili
meccanismi del funzionamento individuale e sociale, da sempre dietro le quinte,
entrano scena. Un pezzo di realtý tanto attivo quanto occulto come le relazioni tra i sessi, entra sotto il cono di luce . E questo muta l'intero quadro di lettura delle relazioni personali e sociali. Una parzialitý, richiamando l'attenzione, muta anche il contesto, anche il senso dell'insieme, nonchè i singoli elementi che lo compongono. Si riflette infine sulla stessa lente che legge. Costringe cioé, a mettere in questione anche le categorie attraverso cui pensiamo. Come nei famosi test gestaltici, si cominciano a vedere im magini diverse nel riquadro. CosÏ é del dono. La sua "evidenza" corrisponde alla realtý della sua diffusione, al suo essere al lavoro sempre, ovunque ci siano relazioni umane. La sua invisibilitý corrisponde al bisogno strategico che la sua diffusione, la sua dimensione materialmente enorme, generalmente identificata col lavoro del materno, e supportata dalle donne che lo agiscono, rimanga invisibile al mondo pubblico e ai soggetti stessi che lo praticano. E' infatti questa la condizione della sua libera predabilitý. Nel dono confluiscono tutte quelle modalitý di agire che prescindono dall'interesse ego-centrato ed immediato, mantenute nelle zone preistoriche confinate dal patriarcato nell'infanzia, nel materno, nell'amore. Zone in cui si annidano le pi˜ antiche schiavit˜, ma anche preservate zone di libertý. Zone di ambiguitý totale dove convergono i destini segnati e quei pezzi di disequilibrio che ne aprono la modificabilitý. Il materno ne é la
zona centrale, alberga insieme il massimo del destino femminile segnato dal
patriarcato e il massimo della sua opposizione, l'antimercato per eccellenza,
zona di confine tra un dono e uno scambio che obbediscono comunque ad altre
leggi.
Il passaggio dai movimenti femminili al femminismo, da madri coatte- nutritive
soltanto a madri libere, soggetti di desiderio, é stato reso possibile dallo sforzo di scavare il materno fuori dalla sua fissitý, di renderlo visibile, indagabile, risignificabile dal punto di vista di una nuova soggettivitý, invece che di un destino assegnato. In questo sforzo é stato inevitabile riattraversare l'ambiguitý, quel crinale che scorre tra un destino e la sua assunzione attiva. Togliere il materno dalla sacralitý necessaria alla sua espulsione dalla storia l' ha reso analizzabile, ri-significabile da parte delle donne stesse. Uguale destino, strettamente legato, é quello del dono che ne é l'espressione sociale. Esso é un elemento cosÏ pervasivo
delle relazioni umane e del sistema economico, da essere svalorizzato o idealizzato,
per poter comunque rimanere collocato fuori dalla storia, per poter continuare
ad essere liberamente saccheggiato. Rendendolo visibile, lo si ricolloca nella
storia.
Una volta "visto," dietro alle apparenze, il suo peso,il suo funzionamento, da questa parzialitý, viene mutato tutto il paesaggio. Esso costringe il sistema economico a ri ñsignificarsi,
a ripensarsi.
2. La vita nascosta del tessuto sociale.
Il dono rivela una vita nascosta nelle strutture della societý, rendendo visibili i reali meccanismi su cui si reggono le economie, e, ancor pi˜ importante, mostra il paradosso della sua necessitý alla vita economica e sociale tanto quanto l'assoluta necessitý del suo permanere nell'ombra, economicamente e simbolicamente. Rivendicare il ruolo nascosto delle donne nel funzionamento dell'economia non ha oggi la dirompenza degli anni 70. La scoperta del lavoro nascosto delle donne, sia esso materiale che emozionale, la rivendicazione del lavoro di cura, con le sue varianti nelle culture delle varie societý e le sue invarianti, é di parecchi anni fa. E' questa scoperta che ha segnato gli inizi del femminismo. Quello che rimane "nuovo" é la insolubilitý teorica e pratica della sua collocazione. Da una parte "contabilizzare " i doni é diventata la posta in gioco di una battaglia che unisce economiste e attiviste per il riconoscimento del lavoro delle donne nei budget nazionali. Dall'altra parte il suo uso é divenuto ancora pi˜ esplicito e spudorato nei programmi di aggiustamento strutturale. La teoria del dono non si limita ad evidenziare e aggiungere: toglie la possibilitý di mercificare, con buone intenzioni, tutto il lavoro, tutti i gesti che annettono alla complessitý delle relazioni umane. Dý ragione in questo senso del fatto che questa evidenza continui a essere invisibile non solo a politici ed accademici ma alle stesse donne che lo fanno. Che ne sono autrici e vittime al tempo stesso. Che non riescono a pensare a ciÚ che fanno anche come a un lavoro, a uno sfruttamento. Quello che la spina del dono continua a dire é che questa invisibilitý agli occhi stessi di coloro che lo praticano ha ragioni profonde e da analizzare pi˜ finemente. Anche se é fin troppo facile ridurlo al suo aspetto economico, la teoria del dono implica pi˜ della rivelazione di un lavoro nascosto, della economia nascosta della gratuitý, sistematicamente saccheggiata e usata dal sistema economico. Riafferma le prioritý tra economia e politica, riafferma la prioritý della relazione umana sulle sue stesse creazioni: il sistema economico e sociale. Riafferma una irriducibilitý, una complessitý che deve rimanere aperta senza opporsi ai quei riconoscimenti che comunque portano il lavoro gratuito delle donne sulla scena del riconoscimento. Ne indica i limiti. Questo messaggio di mantenimento di una complessitý é a mio parere la forza di attrazione del dono, oggi, proprio mentre potrebbe apparire colmo di ingenuitý. Ci fa anche capire perchè, quando la scoperta del lavoro domestico pensÚ di risolversi in un suo riconoscimento economico, il famoso salario alle casalinghe, non suscitÚ proprio nelle donne fondamentali entusiasmi, anzi incontrÚ molte resistenze, che fecero allora parlare della cronica subalternitý femminile. Questa resistenza é forse dovuta a fattori pi˜ profondi che hanno a che vedere con la peculiare natura del lavoro di cura. Il dono va alla radice, al significato relazionale contenuto in ogni lavoro, in questo lavoro pi˜ di ogni altro, e dý una spiegazione implicita alla ragione per cui il pagamento di questo lavoro, come criterio del suo riconoscimento, é impossibile. Allo stesso modo il difficilissimo ed estenuante lavoro di quantificazione dei gender budget non riesce ( e non deve) prendere il senso di una "aggiunta" a una modalitý di pianificazione che, in fondo, apre pi˜ problemi di quanti ne risolva. E li apre perchè se da un lato cerca di essere pi˜ fedele alla realtý del
funzionamento economico, dall'altro rimette in questione l'idea stessa che
presiede al suo calcolo.
L'idea del dono come base del linguaggio, del tessuto sociale, dei fondamenti
dell'economico raggiunge il luogo dove la connessione tra il bisogno umano
e il sistema economico che su di esso é cresciuto, nascondendolo, é ancora
visibile.
E' forse proprio questo il significato politico del suo aspetto semiotico:
il dono implicato nella communicazione linguistica tra umani é il paradigma della relazione umana e questo é il
fondamento da ritrovare alla radice del tessuto sociale per rifondare e risignificare
anche l'economico.
3. Perdite
Donare significa anche accettare un'altra gerarchia di valori , cominciare
ad immaginare ad esempio che perdere qualcosa non sia necessariamente solo
una perdita ma anche l'inizio di alcune nuove possibilitý, materiali e di pensiero. Tutto il "pensiero della decrescita" (Latouche, 2000) come una delle possibilitý di uscita da un modello di sviluppo suicida si basa su questa ipotesi. Sfortunatamente la storia ha dimostrato che gli esseri umani non rispondono alle leggi della preservazione o dell' autoprotezione o perfino al senso comune, che necessita di una qualche lungimiranza, di una visione al di la di una soddisfazione immediata. Pare che solo il "giorno dopo," solo
la presenza di una forzata catastrofe insegni qualcosa, apra gli occhi.
Un certo numero di recenti catastrofi ci ha peraltro mostrato che il dono é ciÚ che rimane al lavoro quando la nave affonda, rimane attivo economicamente e psicologicamente, mantiene in vita il tessuto sociale ed economico, oltre che le speranze della gente. Esperienze di paesi colpiti da catastrofi economiche ci hanno mostrato che ciÚ che é una catastrofe da un certo punto di vista ha anche in sè la capacita di rendere visibili impensate possibilitý . E' il caso della Nigeria, ad esempio. Alcuni anni fa, uno sciopero generale aveva paralizzato ogni attivitý dipendente dall'amministrazione centrale per pi˜ di un mese. Ricordo come a quel tempo al telefono un'amica nigeriana mi disse quando fosse terribile e al tempo stesso fantastico. Dopo alcuni giorni una economia sommersa aveva ripreso fiato ed era divenuta visibile e libera, in primis tutta la rete femminile della sopravvivenza, quella legata ai bisogni primari, al cibo, ai servizi di cura e al piccolo commercio. Tutto era paralizzatoŠ ma tutto funzionava."Facciamo conto su noi stessi e le cose funzionano meglio," diceva. Altre relazioni sociali venivano alla luce e prendevano valore. Sappiamo oggi che esempi come questi siano moltiplicabili, al nord e al sud del mondo, dal grande black out di Montreal, alla recente e pi˜ nota Argentina. Quando ho incontrato i miei amici argentini durante il forum sociale mondiale nel 2002, sapevo che erano in una situazione tremenda. Non posso dimenticare la mia sorpresa quando arrivarono all'incontro tutti sorridenti dicendo quanto migliore fosse comunque la situazione, quanto sollevata la gente. Dissero: " la fame di ora é attiva, é meglio
della depressione da neoliberalismo."
Il collasso della economia, la perdita di valore della moneta aveva riacceso
nelle persone inventivitý, risorse. L'assenza del denaro aveva aperto a una economia di baratto che aveva fatto riaffiorare i veri bisogni e la fondamentalitý delle relazioni. La parte di scambio nascosta nel baratto nasconde il suo altro elemento, la forza anche economica del valore dato e condiviso, del credere nella relazione tra soggetti che, per sopravvivere e scambiare devono fidarsi gli uni degli altri. Per potersi fidare il primo passo deve essere fatto, ed é il dono senza ricambio garantito. Certo, non c'era altra scelta. E non ha senso sostenere queste cose sulla pelle della fame altrui. Non si tratta qui di sottovalutare le tragedie personali e politiche di interi paesi, per questo sottolineo che non si tratta di nostre interpretazioni, sono alcuni tra gli stessi protagonisti (e vittime) a dire questo.Si tratta di possibilitý emerse e aperte proprio dai luoghi dove le leggi naturali del "reale-normale" (e normativo) vengono sospese. Questi buchi nel reale ci lasciano aperture della mente, possibilitý di immaginare. In tutti questi casi dove "altre economie" sono create, altri sistemi monetari inventati, alla base vi é assenza del simbolo della aviditý,
del valore assoluto dato al denaro.
Che cosa era al lavoro in Argentina ad alleviare la fame, che cosa era nutrito in molte persone tale da far dire che la depressione da neoliberalismo era peggio della fame?
Molti hanno discusso il caso Argentina da questo punto di vista anche se pochi
ne hanno notato l'aspetto di genere, la leadership presa dalle donne nella riorganizzazione
dell'economia, di questa o questo tipo di economia
Qui tocchiamo di nuovo l'aspetto "di genere" del dono.
3. Quale abbondanza.
Il dono é basato sull'idea che non siamo in una societý di scarsitý ma di abbondanza. Che la scarsitý é creata artificialmente e politicamente per mantenere potere e controllo . Senza essere ingenui e coprire le tragedie dovute alla vera scarsitý , il dono mostra altre prioritý nelle vite umane sulle quali costruire "l'altro mondo possibile." Esse sono basate sulla importanza della presenza e la prioritý della relazione, della forza che viene dalla presenza dell'altro e dalla possibilitý di " condividere
con."
Si tratta di una scelta radicale. Almeno teoricamente.
Nei nostri paesi, i successi non strumentali del commercio equo e solidale,
della banca etica, anche se nascosti dentro il sistema di scambio, necessitati
a sopravvivere all'interno del sistema, lanciano comunque un messaggio oltre
l'interesse e il denaro. La forza dello slogan della Banca Etica italiana, "l'interesse pi˜ alto é quello di tutti" riassume bene tutto ciÚ. Esso sancisce la prioritý del legame sociale sul quello economico. Anche se il dono é obbligato oggi a muoversi nel contesto del mercato e delle sue leggi , la forza del suo crescere malgrado tutto sta in altro.Ha a che vedere con la soddisfazione dei bisogni relazionali, con il costruire comunitý e
appartenenza, presenza agli altri e degli altri.
4. Anticipazione
Un'altra caratteristica del dono, forse quella che personalmente mi piace
di pi˜ é la possibilitý di anticipazione di un futuro possibile. Decidendo di muoversi in un certo contesto, si iniziano tutta una serie di comportamenti teorici e pratici che ci permettono di pensare differentemente e lavorare differentemente. Come Gen Vaughan, ereditiera di una fortuna ("sperperata" nel finanziare innumerevoli iniziative di donne), saprý meglio di tutte noi, per praticare il dono si deve davvero vivere in un altro mondo, giý ora, sopportare il peso di essere considerate piuttosto "stupide," ingenue, sfruttabili dagli squali e dai realisti . E mi dico: " che strano: tanto pi˜ il patriarcato deve appoggiarsi solo sulla pura arroganza, tanto pi˜ il capitalismo perde la faccia, tanto pi˜ le proposte alternative sembrano campate per aria, senza i piedi per terra, senza "realismo," prove
di un buon senso ormai considerato impossibile nella pratica.
Praticare il donare nella vita personale, qualora davvero non ci si giochino
dentro altri raffinati strumenti di scambio coatto, di restituzione forzata,
di controlli e risarcimenti d'altro ordine, o qualora, pi˜ realisticamente, non ne sia inquinata la gratuitý sostanziale, suscita reazioni interessanti. Produce spaesamento per esempio. Quasi che per un momento il terreno tremi sotto i piedi. Ho cominciato ad apprezzare questi momenti di smarrimento da sospensione delle leggi, lo sguardo smarrito di chi se non lo aspetta, come il fortunato comparire di sospensioni di quella gabbia mentale che ci incatena al presente e impedisce di immaginare il futuro. E' in questo senso che il dono é,
anche, una affascinante sfida.
5. Passato e futuro
La economia del dono é generalmente menzionata come sistema economico solo quando si parla di societý primitive. Evoca naivetè, utopie, sogni, Šo comunitý primitive. Invece il dono é una possibilitý fortemente
lanciata verso il futuro ma solidamente ancorata nel passato.
Chiunque abbia lavorato in Africa o in altre comunitý dove una cultura della sopravvivenza e della collettivitý sono ancora vive e sensate in rapporto al contesto, sa che questo non é un messaggio esoterico o primitivista ma il risultato di antiche sapienze di popoli che hanno raffinato la loro conoscenze dell'ambiente e dell'umano in ambienti e situazioni estreme e per secoli. Quelli che in nome di questa pratica di altre leggi non sono ancora stati sterminati continuano a dirci quale sia la sola possibilitý di sopravvivenza. Quando le merci e gli oggetti ci avranno abbandonato, solo la preservazione della relazione sociale, e con essa la capacitý di dominare e saper gestire i conflitti, ci terrý in vita. In tutti i sensi. Una prospettiva per il futuro in cui si ritrovano senso saggezze del passato, filtrate, la cui principale é quella, trasportata dal locale al globale, che condividiamo un solo pianeta, non eternamente rinnovabile, che il solo futuro che abbiamo sta nella capacita di creare conoscenze, tecnologia, saperi, saggezze che vengono dalle leggi di una convivenza tra i molti conflitti all'incontro tra pluralitý e singolaritý, sarý nostalgia del passato? Di culture primitive? Non sarý la sola reale ñeconomia
possibile?
Questo é il cambio di paradigma che viene dal dono, quello di vivere giý "come se," praticare regole del gioco differenti gia ora, siano esse a livello personale politico. Ingenuamente pensare che Š.
6. Implicazioni
La teoria del dono ha molte implicazioni. Di conseguenza infatti, altri aspetti teorici vengono illuminati.
Ne voglio fare un solo esempio che riguarda la nozione di giustizia .
La giustizia, nel contesto della teoria del dono, lascia da parte ogni possibilitý di reciprocitý della punizione, della restituzione, di giusta sanzione. Lascia da parte la quantitý e
la generalizzazione.
Non é a caso che il paradigma della giustizia "abbia problemi" nel caso della applicazione alla sfera femminile.Le esperienze femminili sono piene di storie utili a far capire quanto il paradigma dell'uguaglianza_ generale non raggiunga la giustizia. I tribunali delle donne ci ricordano come, percepito come "giusto," restituire il male fatto, non é consolare la pena inflitta, sanare la ingiustizia. Tutti i tentativi verso il cercare giustizia nel campo della violenza sessuale mostrano la incommensurabilitý della nozione di giustizia . L'esperienza ci mostra che gesto simbolico che "sana" é spesso un piccolo segno, che rompe il setting mentale prestabilito. Arriva come un vento che viene da un 'altra dimensione mentale." Si scopre che "giustizia" é un piccolo, imprevisto gesto attraverso il quale una persona "beve un'acqua diversa," un dono appunto, obliquo rispetto al risarcimento, come ad esempio il ristabilirsi di una relazione di riconoscimento profondo, il senso di essere visti. Questa giustizia non puÚ essere "generale" , é individualizzata e precaria, per cosi dire. Quando ci fu il problema del risarcimento delle "donne di conforto" deportate per la vita per servire nei bordelli per soldati giapponesi nel pacifico, ci fu una divisione tra chi voleva il risarcimento economico e chi voleva anche un risarcimento simbolico attraverso le scuse ufficiali del Governo. Non so cosa "costÚ" di pi˜,
allora al governo.
Saltar fuori dal contesto dato significa anche il coraggio di saltar fuori
dalla nozione implicata in una politica dei diritti che si appoggia sulla
nozione di eguaglianza. Eguaglianza non é giustizia e eguaglianza non é la politica che vogliamo. Una politica della giustizia puÚ essere una politica della diversitý, che é giustizia in un senso pi˜ profondo.Sempre le storie di donne rivelano. La controprova é quanto l'eguaglianza non protegga le donne, alla fine. Al contrario, anche se "scopre" alcune ingiustizie, crea le condizioni per altre nuove, gettandole in un quadro dove sono perfino pi˜ esposte a leggi le cui regole non sono state create ne da loro ne per loro. L'eguaglianza getta le donne nell'esercito. Non solo nella realtý ma pi˜ generalmente e simbolicamente. Interi "corpi" di nozioni si disfanoŠ.
In questa ricerca di nozioni diverse che la teoria del dono riassume, mi viene
in mente la nozione di giustizia attorno a cui molto lavorÚ Simone Weil che
parla di giustizia come del ristabilimento di un equilibrio, un precario e
sempre da ritrovare processo simile a quello con cui un marinaio tiene e guida
una barca nel mare.
7.Apertura di piste di ricerca, come una
conclusione.
Il dono é una di quelle nozioni che ci indicano la necessitý di altri quadri concettuali in tutti i campi di conoscenza e di pratiche, capaci di combattere contro una logica e di usarne, pur nella consapevolezza della inevitabilitý delle mediazioni , una tutto diversa. Richiede una logica capace di non rispecchiare "contro" ma
ritagliare vie traverse, irregolari e impreviste, capaci di salti e scarti.
Il particolare tipo di gratuitý del dono e uno di quei concetti che alludono a un altro paradigma , apre lo spazio e il vuoto necessari a inventarlo. La consapevolezza non deve farci dimenticare che esistono sempre inizi di alternative, vie traverse che pur muovendosi nella realtý ne
indicano aperture possibili future anche se impossibili oggi.
Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano esprime molto bene lo spirito del
dono in questa prosa poetica che potrebbe chiudere questa serie di pensieri
sparsi:
L'albero della vita
secondo alcune antiche tradizioni l'albero della vita cresce al contrario. Il
tronco e i rami verso il basso, le radici verso l'alto. Le chiome affondano nella
terra e le radici guardano verso il cielo. Non offre i suoi frutti bensÏ la sua
origine. Non nasconde sotto terra quanto ha di pi˜ caro, ciÚ che é pi˜ vulnerabile,
lo getta alle intemperie: offre le sue radici, in carne viva, ai venti del
mondo.
E' la vita, dice l'albero della vita.
A me che amo parentele e fili che si incrociano viene in mente una bella canzone
di Gen, che ha lo stesso titolo.
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